Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca

Presentato il primo Rapporto biennale sullo stato del sistema universitario e della ricerca

Si tratta di uno studio molto esteso che riassume tutti i dati attualmente disponibili sul sistema universitario e della ricerca: tra questi il rapporto tra iscritti e laureati, il funzionamento del sistema 3+2, i percorsi post-lauream, le risorse economiche e la governance degli atenei, le caratteristiche degli enti di ricerca e il loro finanziamento, la qualità e l’impatto della produzione scientifica, il valore delle ricadute socio-economiche della ricerca.
“Negli ultimi anni sono stati ridotti alcuni squilibri del sistema universitario che è stato così ricondotto su un sentiero di sostenibilità economica nonostante il forte calo delle risorse a disposizione, decisamente insoddisfacenti se confrontate a livello internazionale” ha dichiarato Roberto Torrini, direttore generale Anvur e coordinatore del rapporto. “Data la triplice funzione dell’università (didattica, ricerca e sostegno diretto al sistema economico e sociale), sarebbe necessaria un’ampia riflessione su quali debbano essere le dimensioni ottimali del sistema universitario e di quante risorse necessiti, nel quadro di una governance rinnovata che richiami tutti gli attori al rispetto dei principi di una autonomia responsabile”.

IL SISTEMA UNIVERSITARIO
Dal 2009 il finanziamento complessivo del MIUR al sistema universitario si è ridotto di circa 1 miliardo, (-13% in termini nominali, -20% in termini reali). La riduzione delle risorse è stata resa sostenibile dalla riduzione del personale, soprattutto dei docenti ordinari (il cui numero in passato era rapidamente cresciuto) e dal blocco delle progressioni degli stipendi. Il rapporto studenti/docenti è tornato oggi a valori elevati. Nei prossimi cinque anni andranno in pensione 9.000 docenti, il 17% del totale; sarà quindi necessario assicurarne il ricambio (circa 1.800 docenti all’anno) per garantire la didattica, il governo degli atenei e il potenziale di ricerca del Paese.
Il rapporto fa il punto sul sistema universitario italiano a quindici anni dalla cosiddetta “Riforma 3+2” che ha rimpiazzato la laurea a ciclo unico con corsi di laurea triennali e magistrali. Oggi è finalmente possibile valutare gli effetti di questa riforma al netto degli effetti transitori dei primi anni. Inoltre, per la prima volta in assoluto, il Rapporto ha utilizzato i dati individuali dell’Anagrafe degli Studenti Universitari per analizzare gli effettivi percorsi di studio e trarre conclusioni più chiare sugli andamenti di laureati e immatricolati e sul grado di regolarità e tasso di successo nelle loro carriere.
Il Rapporto registra l’aumento del numero dei laureati negli ultimi anni: tra il 1993 e il 2012, infatti, la quota dei laureati sulla popolazione in età da lavoro è salita dal 5,5% al 12,7% e tra i giovani in età compresa tra i 25 e i 34 anni si è passati dal 7,1 al 22,3%. Come negli altri paesi anche in Italia l’istruzione universitaria rinuncia quindi al carattere elitario per diventare “di massa”. Questa progressiva trasformazione si è accompagnata alla convinzione diffusa che ormai nel nostro Paese vi sia un eccesso di laureati. Eppure i confronti internazionali mostrano che l’Italia è ancora uno dei Paesi con la più bassa quota di laureati, anche tra i più giovani. Infatti, vista la parallela crescita dell’istruzione universitaria anche altrove, lo scarto rispetto ai valori medi europei non si è ridotto nel tempo. Il ritardo italiano nei tassi di laurea dei più giovani dipende in gran parte da un basso tasso d’iscrizioni tra i giovani sopra i 25 anni (che forse sono già occupati) e dalla difficoltà a laurearsi (quasi il 40% tra quanti s’iscrivono a un corso di laurea triennale non conclude gli studi). Una differenza importante con gli altri Paesi è dovuta alla mancanza in Italia di un’offerta di corsi universitari a carattere professionalizzante che nella media europea pesa circa il 25% sul totale dei laureati.
Nonostante i progressi degli ultimi anni, il sistema, continua a presentare problemi cronici, che la riforma 3+2 ha attenuato ma non risolto. Il fatto che quasi un terzo degli immatricolati abbandoni o cambi corso di studio dopo il primo anno indica la difficoltà del passaggio dalle scuole superiori all’università: ciò è dovuto all’inefficacia dell’orientamento formativo, a deficit di preparazione degli studenti, alla debolezza del tutoraggio per gli immatricolati. I dati sulla dispersione, sulla regolarità degli studi e sul tempo medio per laurearsi mostrano inoltre una scarsa efficienza del sistema che comporta costi sicuramente elevati a livello generale (basti pensare al ritardo nell’ingresso nel mondo del lavoro).
Esiste una frattura evidente tra gli atenei del Nord e quelli del Centro-Sud, per esempio per il numero degli studenti fuori-corso, per la durata media degli studi e per gli abbandoni precoci. Ciò è dovuto in parte alle differenze nella formazione pre-universitaria, ben documentata dai test INVALSI e PISA.
Nonostante luoghi comuni diffusi, sul mercato del lavoro la laurea continua in media a offrire migliori opportunità occupazionali e reddituali rispetto al solo diploma di maturità. La crisi ha colpito duramente i più giovani, ma gli effetti sono stati decisamente peggiori per chi ha un livello d’istruzione più basso.

LA RICERCA
La spesa italiana in ricerca e sviluppo è tra le più basse delle grandi economie industriali. Il ritardo è dovuto principalmente alla spesa del settore privato, pari a circa la metà di quella media europea. Ma anche le risorse pubbliche sono inferiori alla media e non compensano il ritardo del settore privato: le risorse pubbliche investite in ricerca sono circa lo 0,52% del PIL, 0,18% in meno rispetto alla media OCSE. Si tratta solo di alcuni decimi di punto di differenza che corrispondono però a circa 3 miliardi di euro, ovvero il 30% delle risorse pubbliche oggi investite. Alle minori risorse investite corrisponde un minor numero di ricercatori e un minor potenziale d’innovazione.
Tuttavia i risultati della ricerca italiana sono positivi. Complessivamente università ed enti di ricerca mostrano una qualità delle pubblicazioni scientifiche paragonabile a quella dei principali Paesi europei. Inoltre, in rapporto alle risorse investite e al numero dei ricercatori, la quantità e la qualità della ricerca è elevata, segno a sua volta di una produttività più che adeguata e di una vitalità che merita di essere valorizzata.
La quota dei fondi che otteniamo a livello europeo nei programmi quadro dedicati alla ricerca è inferiore alla somma dei contributi italiani al budget dell’Unione (per ogni euro investito riceviamo circa 70 centesimi). Questa limitata capacità di attrarre risorse mostra come il Paese soffra del complessivo sottodimensionamento del sistema della ricerca. D’altra parte se si rapportano al numero dei ricercatori, le risorse appaiono elevate nel confronto con i grandi Paesi dell’Europa continentale e mediterranea. Poche risorse investite e pochi ricercatori si traducono quindi in minore possibilità di intercettare le ingenti risorse che l’Europa sta investendo in ricerca. I risultati ottenuti nei diversi programmi quadro mostrano, inoltre, anche alcune debolezze specifiche. In particolare per quanto riguarda i programmi ai quali competono individualmente i ricercatori (quelli dello European Research Council), il numero dei vincitori italiani è basso, possibile segno di una debolezza del sistema nel sostenere lo sforzo dei singoli ricercatori.
Anche le risorse MIUR specifiche per il finanziamento della ricerca sono diminuite nel tempo, riducendo ulteriormente la capacità di università ed enti di disporre di risorse aggiuntive per condurre progetti di ricerca di ampio respiro.
La Valutazione della qualità della ricerca (VQR 2004-2010) ha creato una mappa aggiornata della qualità della ricerca in tutte le aree, dalla quale traspaiono differenze notevoli tra i singoli atenei e tra i singoli enti di ricerca. Il dualismo Nord-Sud esistente nella didattica si ripropone nella ricerca, con gli atenei del Nord mediamente in grado di produrre ricerca di più elevata qualità di quelli del Centro e del Mezzogiorno.

L’ANVUR
L’Anvur si occupa di valutare la qualità della ricerca (l’esercizio VQR 2004-2010 presentato lo scorso luglio ha analizzato 185.000 prodotti di ricerca), dell’accreditamento e della valutazione dei corsi e delle sedi universitarie (4.300 corsi e 90 sedi), dell’accreditamento e della valutazione dei dottorati di ricerca (914 corsi), della valutazione delle istituzioni AFAM (137 istituzioni) e di altri compiti minori. Recentemente all’Anvur sono stati assegnati anche i compiti di valutazione delle attività amministrative di 80 tra università ed enti di ricerca vigilati dal MIUR, in precedenza spettanti alla ex CIVIT.  
“La struttura dell’Anvur è decisamente inadeguata per l’insieme estremamente ampio di attività che le competono” ha commentato Stefano Fantoni, presidente Anvur. “L’Agenzia infatti ha una pianta organica di soli 15 funzionari, 3 dirigenti di seconda fascia e un direttore. A fronte di compiti normalmente più circoscritti, le agenzie europee di Paesi confrontabili con l’Italia possono contare su organici e strutture molto più estese e articolate”. Per esempio Aeres (Francia) ha uno staff di circa 70 unità interne e si avvale della collaborazione di circa 100 professori a tempo parziale; Aneca (Spagna) può contare su circa 90 unità di personale mentre Qaa (Inghilterra) ha uno staff di 170 elementi. Tutte e tre le agenzie si avvalgono inoltre di centinaia di esperti esterni, normalmente docenti chiamati a svolgere il ruolo di valutatori dei corsi, degli atenei e in alcuni casi della ricerca, come previsto dalle linee guida europee.
Questa inadeguatezza dell’organico è stata ribadita anche dalla Corte dei Conti nella Determinazione e relazione della Sezione del controllo sugli enti sul risultato del controllo eseguito sulla gestione finanziaria dell’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (Anvur) per l’esercizio 2012: “La struttura organizzativa delle Agenzie europee prevede l’attribuzione di apposite risorse umane e finanziarie per la costituzione di uffici di supporto per gli affari legali, per la comunicazione esterna, per i rapporti internazionali, per i servizi informatici e statistici. Tenuto conto della delicatezza, dell’ampiezza delle funzioni svolte e della pluralità di soggetti con cui l’Anvur deve relazionarsi, la costituzione di tali uffici potrebbe essere utile ma attualmente non sono previste risorse per la loro istituzione. La pianta organica dell’Anvur, confrontata con quella in dotazione alle Agenzie dei tre Paesi europei considerati, appare di dimensioni notevolmente più ridotte” si dice nella relazione della Corte dei Conti.

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Il Rapporto sullo stato del sistema universitario e della ricerca